Analisi

L’eredità di Even Pellerud nel calcio femminile: dall’età d’oro della Norvegia all’ascesa del Canada

Il tecnico norvegese ripercorre una carriera che ha portato la Norvegia ai titoli europeo e mondiale, contribuito a lanciare il Canada tra le grandi e attraversato alcuni degli anni più importanti nella storia del calcio femminile.

Sofia Conti 2 maggio 2026 9 min read
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Il nome di Even Pellerud occupa un posto di primo piano tra i tecnici più vincenti del calcio femminile internazionale. Pochi allenatori possono vantare un curriculum con un titolo europeo, un Mondiale, diverse finali di primo piano e una medaglia olimpica. Ancora meno possono dire di aver inciso in modo duraturo su due programmi nazionali differenti.

Ripensando oggi a una carriera lunga e ricca, il tecnico norvegese ha raccontato il percorso che lo ha portato da una nomina inattesa alla fine degli anni Ottanta fino al vertice del calcio femminile con la Norvegia, per poi affrontare un grande progetto di ricostruzione con il Canada e infine tornare in patria per un ultimo capitolo sulla scena internazionale.

Un inizio inatteso nel calcio femminile

Pellerud non aveva iniziato con l’idea precisa di diventare uno dei commissari tecnici più influenti del panorama internazionale. Dopo aver chiuso la carriera da giocatore nel 1986 e aver iniziato ad allenare a livello di club, si aspettava che la grande occasione successiva arrivasse nel calcio maschile.

Invece, nel 1989 la federazione norvegese gli offrì la panchina della nazionale femminile.

Come ha raccontato lui stesso, fu una proposta sorprendente. Aveva avuto pochissimi contatti con il calcio femminile, ma fu attratto dalla possibilità di costruire qualcosa di significativo. Quello che inizialmente doveva essere un incarico di breve durata si trasformò presto in un ciclo di sette anni che cambiò sia la sua carriera sia la storia della Norvegia.

Pellerud ereditò un gruppo talentuoso, con diverse giocatrici destinate a diventare figure iconiche del calcio norvegese. Ma il talento, da solo, non bastava. In quel periodo il calcio femminile internazionale era ancora privo di gran parte della struttura, dell’esposizione mediatica e delle informazioni tattiche che gli allenatori moderni danno per scontate.

C’erano poche immagini disponibili, analisi limitate e scarsi riferimenti affidabili per confrontarsi con le migliori nazionali del mondo. La Norvegia sapeva di poter dominare molte avversarie in Europa, ma il quadro globale restava ancora poco definito.

Capire il livello mondiale nel modo più duro

Una delle lezioni più importanti arrivò presto, in un torneo disputato in Canada prima del primo Mondiale femminile del 1991. La sfida contro gli Stati Uniti mostrò a Pellerud in modo netto quanto ancora mancasse alla Norvegia per raggiungere il massimo livello. Le statunitensi travolsero la sua squadra, e quella sconfitta impose riflessioni interne tutt’altro che semplici.

Quell’esperienza influenzò in modo decisivo la preparazione della Norvegia per il Mondiale in Cina.

All’inizio del torneo, la sfida non era soltanto tattica. Era anche emotiva e ambientale. Le giocatrici norvegesi erano abituate a contesti molto più tranquilli in patria e si ritrovarono improvvisamente davanti a grandi folle, in una competizione con una dimensione e uno spettacolo che poche di loro avevano sperimentato in precedenza.

La gara d’esordio contro la Cina padrona di casa si chiuse con una pesante sconfitta per 4-0. Per una squadra poco abituata a perdere, fu un colpo durissimo. Eppure, proprio quella battuta d’arresto divenne un punto di svolta.

Pellerud e la sua nazionale reagirono subito. La Norvegia batté Nuova Zelanda e Danimarca nella fase a gironi, superò poi l’Italia e travolse la Svezia in semifinale. La finale si concluse con amarezza, perché il titolo andò agli Stati Uniti, ma quel cammino consacrò la Norvegia come una potenza mondiale.

Per Pellerud, quel torneo chiarì anche quale identità dovesse assumere la sua squadra: organizzazione impeccabile, livello fisico eccezionale e grande solidità mentale. Se il contesto domestico non offriva abbastanza difficoltà ogni settimana, allora doveva essere la nazionale a colmare quel divario.

La costruzione di una squadra campione in Norvegia

La risposta nei successivi anni fu netta. La Norvegia diventò campione d’Europa nel 1993 e si presentò poi al Mondiale femminile del 1995 in Svezia con una squadra ormai completa.

Quel torneo resta uno dei risultati simbolo della carriera di Pellerud.

La Norvegia dominò il girone con efficienza spietata, segnando 17 gol senza subirne nemmeno uno. Nigeria, Inghilterra e Canada si arresero a una squadra che univa struttura, pressing, condizione atletica e qualità individuale di altissimo livello.

Da lì in avanti, la Norvegia superò la Danimarca, ebbe la meglio sulle campionesse in carica degli Stati Uniti e poi sconfisse la Germania in finale. Hege Riise fu premiata come miglior giocatrice del torneo, mentre Ann Kristin Aarønes chiuse da capocannoniera.

Pellerud ha descritto quel Mondiale come una di quelle rare competizioni in cui tutto sembra andare al posto giusto. Gli allenatori parlano spesso di fiducia, ma lui ha lasciato intendere che quella Norvegia avesse qualcosa di ancora più forte: una convinzione interiore che nessuno sarebbe riuscito a fermarla.

Non era sempre un calcio bello nel senso più ornamentale del termine. Le vittorie più importanti nella parte finale del torneo nacquero più da pressing, disciplina e controllo competitivo che da un gioco spettacolare fine a sé stesso. Ma era un calcio efficace, spietato e degno di una squadra campione del mondo.

Nel 1996 arrivò poi il bronzo olimpico, a chiudere il primo grande capitolo della sua esperienza con la Norvegia.

L’addio e il ritorno nel calcio femminile con il Canada

Dopo quel ciclo, Pellerud si fece da parte, allenò nel calcio maschile ed esplorò altre opportunità. Ma il calcio femminile tornò a richiamarlo quando arrivò la chiamata del Canada.

In quel momento, il Canada era ancora lontano dall’essere la realtà consolidata che sarebbe diventata in seguito. La nazionale aveva faticato molto nei precedenti Mondiali e il calcio cercava ancora spazio in un Paese in cui questo sport non godeva di un’attenzione popolare davvero ampia.

Il compito di Pellerud non era tanto rifinire una squadra già competitiva, quanto piuttosto costruire dalle fondamenta un programma serio.

Viaggiò in tutto il Paese per valutare le giocatrici, individuare leader e provare a creare una cultura di nazionale capace di colmare enormi lacune di esperienza e infrastrutture. Fu una ricostruzione rapida, che richiese anche decisioni coraggiose.

Una delle più importanti fu riconoscere il potenziale di una giovanissima Christine Sinclair.

Pellerud intuì subito abbastanza per rendere Sinclair una figura centrale nel futuro del Canada. Insieme ad altre poche pedine chiave, divenne parte di una base giovane che col tempo avrebbe trasformato il livello della squadra.

I progressi arrivarono per gradi. Il Canada imparò prima a competere, poi a evitare sconfitte pesanti, poi a pareggiare e infine a vincere. Un passaggio significativo arrivò quando la squadra di Pellerud batté gli Stati Uniti nel 2000, confermando l’idea che il programma potesse crescere più rapidamente di quanto molti immaginassero.

Gli anni della svolta per il Canada

Anche il tempismo ebbe il suo peso. Il primo Mondiale femminile Under 20 della FIFA, ospitato dal Canada nel 2002, offrì a un gruppo di giovani giocatrici un’esperienza preziosa a livello di torneo appena un anno prima del Mondiale senior.

In quella fascia d’età c’erano diversi nomi destinati a diventare centrali per il futuro del Canada. Il cammino fino alla finale Under 20 rafforzò l’intesa, affinò le abitudini competitive e accelerò lo sviluppo nel momento ideale.

Al Mondiale femminile del 2003, il Canada appariva molto più maturo di quanto la sua reputazione internazionale lasciasse immaginare. La squadra superò per la prima volta la fase a gironi e poi eliminò la Cina nei quarti di finale.

Solo un crollo nel finale contro la Svezia in semifinale negò al Canada la possibilità di giocarsi il titolo.

Nonostante ciò, quel torneo segnò una vera svolta. Pellerud aveva preso un Paese con poca tradizione nel calcio femminile e lo aveva portato tra le prime quattro del mondo. E, cosa altrettanto importante, aveva contribuito a gettare le basi per le generazioni successive.

Il ciclo seguente si rivelò più complicato. Problemi di finanziamento, infortuni e la difficoltà di mantenere lo slancio resero più tortuoso il percorso del Canada verso il Mondiale 2007 e le Olimpiadi 2008. Pellerud riconobbe in seguito che la squadra poteva essere arrivata fisicamente troppo provata e non nelle migliori condizioni.

Dopo un’altra campagna olimpica, decise che fosse arrivato il momento di chiudere, convinto che il gruppo di giocatrici che aveva contribuito a formare fosse pronto per una voce nuova.

Un ultimo capitolo internazionale

Pellerud non aveva però ancora finito. Dopo un periodo dedicato allo sviluppo con Trinidad e Tobago, tornò sulla panchina della Norvegia per un secondo mandato in vista di Euro 2013.

Questa volta si trovò davanti a un profilo di giocatrici molto diverso. Il livello tecnico era cresciuto in modo netto e stava emergendo una nuova generazione, con nomi come Ada Hegerberg e Caroline Graham Hansen.

Pellerud ha parlato con particolare ammirazione del talento di Graham Hansen, descrivendola come una delle giocatrici più naturalmente dotate che abbia mai allenato. La rosa univa inoltre gioventù ed esperienza, e questo equilibrio produsse un altro percorso importante.

La Norvegia raggiunse la finale di Euro 2013, dove la Germania la superò 1-0 al termine di una sfida tesa ed equilibrata. Anche nella sconfitta, fu un’ulteriore conferma della capacità di Pellerud di organizzare squadre competitive nei grandi tornei.

Il suo ultimo Mondiale arrivò nel 2015, non a caso proprio in Canada. La Norvegia pareggiò con la Germania nella fase a gironi, ma gli infortuni limitarono il potenziale della squadra. La sconfitta per 2-1 contro l’Inghilterra agli ottavi di finale pose fine alla sua carriera da allenatore nei tornei internazionali.

In seguito raccontò di aver capito quasi subito che era arrivato il momento di fermarsi. Invece di cercare un altro ciclo, scelse di allontanarsi dalla prima linea e in seguito assunse un ruolo tecnico all’interno della federazione norvegese.

Un allenatore che ha segnato epoche

Pellerud ama spesso definirsi fortunato, ma questa modestia racconta solo una parte della sua storia. La fortuna può incidere sul tempismo, ma il suo percorso parla di molto altro.

Ha contribuito a trasformare la Norvegia in una squadra campione in una fase formativa del calcio femminile. Poi ha guidato il Canada dall’anonimato alla rilevanza internazionale, offrendo una prima piattaforma a una delle storie più significative tra le nazionali del movimento. Infine è tornato in Norvegia, raggiungendo un’altra grande finale con una nuova generazione.

Nel corso di quegli anni, il calcio femminile è cambiato enormemente. Il pubblico è cresciuto, gli standard si sono alzati, il dettaglio tattico si è approfondito e lo sviluppo delle giocatrici ha accelerato. La carriera di Pellerud ha attraversato tutte queste fasi.

La sua eredità non si misura solo con le medaglie, pur numerose. Vive anche nelle giocatrici a cui ha dato fiducia, nei programmi che ha costruito e nella dimostrazione concreta che un lavoro tecnico lucido può far crescere una nazionale molto più velocemente di quanto ci si aspetti.

Per uno sport che sta ancora scrivendo gran parte della propria storia globale, il posto di Pellerud in quel racconto è ormai al sicuro.