Erasmo Iacovone e il sogno del Taranto che non è mai morto davvero
Prima che la tragedia congelasse una delle storie più potenti del calcio italiano di provincia, Erasmo Iacovone era diventato molto più del centravanti del Taranto. Era il volto di una città che provava a non perdere se stessa.
Taranto è una di quelle città di calcio che si capiscono al volo, anche prima di guardare l’albo d’oro.
Il tifo è autentico. L’identità è profonda. Il rapporto tra il club e il territorio va ben oltre i risultati. Eppure, nonostante dimensioni, storia e orgoglio civico, Taranto resta una delle città più grandi d’Italia a non aver mai legato il proprio nome a una squadra di Serie A.
Lì, questa assenza pesa.
Affacciata sullo Ionio, in Puglia, Taranto convive da sempre con i contrasti. È una città di antiche radici e bellezza naturale, ma anche un luogo segnato dall’industria pesante che ne ha trasformato l’economia dopo la Seconda guerra mondiale. L’ascesa dell’acciaieria e del polo industriale circostante ha portato lavoro, crescita e modernizzazione, ma a un costo ambientale e sociale altissimo. Col tempo, Taranto è diventata una città sospesa tra il mare e il fumo, tra promessa e logoramento.
In un contesto simile, il calcio può diventare qualcosa di più del calcio. Può offrire un linguaggio comune, una forma di sollievo, perfino una specie di fiducia collettiva.
Ecco perché Erasmo Iacovone conta ancora così tanto.
Non era semplicemente l’attaccante del Taranto. Era diventato il giocatore che dava alla città un’immagine di sé in cui credere.
La stagione in cui il Taranto iniziò a sognare
Nella stagione 1977-78 il Taranto non era certo una novità della Serie B. Il club si era ormai stabilizzato nella categoria e si presentava ai nastri di partenza con una rosa solida più che scintillante. C’erano stati innesti utili, ma non era una squadra costruita sul denaro o sulle stelle.
A cambiare tutto fu la forza al centro dell’attacco.
Iacovone, arrivato dal Mantova l’anno prima, aveva già lasciato il segno nella sua prima stagione. A metà del campionato 1977-78 andò oltre, diventando il punto di riferimento di un Taranto che si impose come vera candidata alla promozione alle spalle dell’eccellente Ascoli.
Per un club senza alcuna storia in massima serie, era qualcosa di enorme. La promozione non era più una fantasia astratta. Era lì, in classifica, lì allo stadio, lì nel modo in cui la gente parlava della domenica.
Iacovone era al centro di tutto.
Nato nel 1952, non corrispondeva all’idea più ovvia del centravanti di copertina. Non era particolarmente alto e non era considerato il rifinitore più elegante di un reparto offensivo che comprendeva anche giocatori naturalmente più raffinati. Ma era formidabile nel gioco aereo, sapeva scegliere i tempi dei movimenti con precisione e giocava con una determinazione che i tifosi riconobbero subito come propria. Molti dei suoi gol arrivavano di testa, nonostante fosse alto appena 1,74.
Il presidente del Taranto, Giovanni Fico, inizialmente non era del tutto convinto della cifra necessaria per portarlo in rossoblù. Servì l’insistenza del viceallenatore Tommaso De Pietri, che conosceva Iacovone dai tempi di Carpi, per far decollare l’operazione. I dubbi durarono poco. Iacovone segnò all’esordio nell’ottobre 1976, svettando sopra la difesa con quel tipo di elevazione che sarebbe presto diventato il suo marchio.
Ma a Taranto l’affetto per lui non dipese mai soltanto dai gol.
Più di un goleador
Iacovone si adattò alla città perché sembrava uno di casa.
Era nato a Capracotta, in Molise, prima che la sua famiglia si trasferisse a Tivoli in cerca di una vita migliore. Il suo percorso nel calcio non ebbe nulla di glamour. Passò per squadre come Triestina, Carpi e Mantova prima di trovare il posto in cui tutto andò finalmente a posto. Nel suo cammino c’era un’onestà popolare, quasi operaia, e Taranto la riconobbe subito.
Di lui si ricordavano il sorriso, l’educazione e la semplicità tanto quanto i gol. I tifosi non si limitavano ad ammirarlo da lontano. Ci si riconoscevano.
Questo legame aiuta a capire perché il suo nome abbia ancora oggi un peso così forte in città. Per molti tarantini, Iacovone finì per rappresentare non solo una corsa alla promozione, ma anche una più ampia fame di riconoscimento. In una città alle prese con il cambiamento industriale e con tutto il carico emotivo che ne derivava, diventò un raro punto di chiarezza.
Era il Taranto in campo.
Il gol diventato leggenda popolare
Ogni eroe di culto ha bisogno di un’immagine destinata a restare per sempre. Per Iacovone, uno dei momenti simbolo arrivò contro il Bari il 20 novembre 1977.
La rivalità regionale dava già alla sfida una tensione tutta sua e lo stadio Salinella era gremito. Le occasioni arrivarono e sfumarono. Si colpirono i pali. I portieri resistettero. Poi, nella ripresa, il Taranto sorprese il Bari con una punizione battuta in fretta.
Il pallone arrivò a Iacovone con spazio davanti e il portiere in uscita. Quello che seguì è ancora oggi raccontato dai tifosi come un istante sospeso nel tempo: un tocco morbido, freddissimo, a scavalcare il portiere con una calma sorprendente.
È il tipo di gol che nella memoria cambia forma. Smette di essere soltanto un gesto tecnico e diventa qualcosa di emotivo, collettivo. A Taranto, quel gol non fu soltanto il gol al Bari. Fu ciò che si provò allo stadio mentre il pallone restava in aria e un’intera città sembrava spingerlo in rete con la propria volontà.
Sono i gol che sopravvivono anche alle immagini.
Febbraio 1978: la notte in cui cambiò tutto
La rincorsa del Taranto alla promozione entrò in difficoltà all’inizio del 1978. Il 5 febbraio arrivò uno 0-0 contro la Cremonese, che allungò una serie senza vittorie proprio nel momento in cui serviva disperatamente continuità.
Per Iacovone fu una partita particolarmente frustrante. Colpì il legno, trovò un portiere in stato di grazia e lasciò il campo senza quel gol che sembrava così vicino. Sua moglie, Paola, era a Carpi per una visita medica e dopo la partita i compagni provarono a convincerlo a unirsi a loro per una serata fuori, nel tentativo di tirargli su il morale.
Non era il tipo da inseguire la vita notturna. Di solito gli bastava casa. Ma dopo aver parlato con Paola, accettò e più tardi si mise in macchina verso un ristorante nei pressi di San Giorgio Ionico per raggiungere il gruppo.
Intorno a mezzanotte, ripartì per tornare a casa.
Sulla buia strada provinciale verso Taranto, la sua Citroën fu travolta da un’Alfa Romeo rubata lanciata ad alta velocità da un uomo in fuga da un posto di blocco della polizia, con i fari spenti. L’impatto fu devastante.
Iacovone morì a 25 anni.
I dettagli rendono il tutto ancora più doloroso. Si dice che abbia riportato un trauma cranico fatale sul colpo. Quando la polizia lo trovò, lo riconobbe immediatamente. La mattina seguente, Taranto si svegliò nell’incredulità.
Una città in lutto
Le morti nel calcio producono spesso cliché sul dolore. Qui fu qualcosa di più pesante e più intimo.
Il corpo di Iacovone fu portato prima in ospedale, dove i tifosi si radunarono quasi d’istinto. Il funerale raccolse la città attorno al suo nome. Poi arrivò il gesto che fece sì che il suo legame con Taranto non diventasse mai soltanto memoria formale: appena due giorni dopo, lo stadio Salinella fu ribattezzato Stadio Erasmo Iacovone.
La rapidità di quella decisione racconta già molto.
Non fu un omaggio costruito col tempo. Fu una risposta civica immediata alla perdita. Taranto comprese in un attimo che il giocatore accolto come proprio simbolo non c’era più.
Il presidente del club, Fico, avrebbe vissuto il colpo con particolare dolore, soprattutto dopo aver resistito poco prima dell’incidente all’interesse della Fiorentina. Ma il lutto andò ben oltre i dirigenti. Il Taranto aveva perso il suo miglior marcatore, sì, ma soprattutto aveva perso la figura che rendeva il sogno umano, concreto, raggiungibile.
La squadra non si riprese mai del tutto.
I risultati peggiorarono. Le speranze di promozione svanirono. Il Taranto chiuse ottavo e quella stagione che per un momento era sembrata poter diventare storia si trasformò invece in uno dei più struggenti “e se” del calcio italiano.
Perché Iacovone conta ancora
Il Taranto non raggiunse più quelle stesse altezze. Il club trascorse gran parte dei decenni successivi tra Serie B e categorie inferiori, mentre la città continuava a fare i conti con le lunghe ombre dell’industria, dell’abbandono e della frustrazione.
Eppure Iacovone è rimasto.
La sua memoria è sopravvissuta non come nostalgia staccata dalla realtà, ma come parte dell’identità di Taranto. Nel 2002, fuori dallo stadio che porta il suo nome, fu inaugurata una statua finanziata attraverso migliaia di piccole donazioni. È un dettaglio che suona giusto. Un contributo collettivo per una memoria collettiva.
Perché è questo che è diventato: non solo un calciatore ricordato per i gol, ma un punto di riferimento per ciò che Taranto, una volta, sentì di poter essere.
Ci sono calciatori che vincono di più, segnano di più e lasciano dietro di sé raccolte di highlights più ricche. E poi ci sono giocatori il cui significato non si può misurare così. Iacovone appartiene a questa seconda categoria.
Ha rappresentato una città esattamente nel momento in cui aveva bisogno di qualcosa attorno a cui stringersi. Ha dato al Taranto un volto, una voce e la convinzione che il suo club potesse andare oltre la propria dimensione. La sua storia si è interrotta con una crudeltà insopportabile, ma il suo posto nella cultura calcistica italiana si è consolidato proprio perché è arrivato a significare molto più del gioco.
Taranto aspetta ancora il suo primo capitolo in Serie A. Ma quando in città si parla del sogno più puro della squadra, il nome a cui si torna è sempre quello di Erasmo Iacovone.
L’attaccante non c’è più. La leggenda non se n’è mai andata.