Come l’ÍA Akranes ha costruito una dinastia del calcio islandese partendo da una città di 8.000 abitanti
Dal titolo che spezzò l’egemonia di Reykjavik a una delle cavalcate più improbabili verso il campionato, l’ÍA Akranes resta una delle grandi storie di provincia del calcio.
Akranes è il tipo di posto che, guardando una cartina, può facilmente passare inosservato. La città si trova appena a nord di Reykjavik, sulla costa occidentale dell’Islanda: una piccola comunità di pescatori di circa 8.000 abitanti affacciata sul mare. Pescherecci e vita di porto definiscono ancora buona parte del paesaggio locale. Eppure, nel calcio islandese, Akranes ha un peso che va ben oltre le sue dimensioni.
Il motivo è l’Íþróttabandalag Akraness, meglio conosciuto come ÍA, un club che per decenni ha dimostrato come geografia e popolazione non decidano sempre chi debba comandare in un campionato.
Per lunghi tratti del XX secolo, il calcio islandese è stato modellato dai centri di potere di Reykjavik. I club della capitale dominavano la massima serie e ne definivano le gerarchie. Poi arrivò la svolta dell’ÍA. Nel 1951 il club divenne la prima squadra fuori da Reykjavik a vincere il campionato islandese, un traguardo storico che cambiò la mappa calcistica del Paese.
Ciò che seguì fu ancora più notevole. Tra il 1951 e il 1990 nessun club islandese eguagliò il successo interno dell’ÍA. La sua ascesa fu trainata in larga parte dall’influenza di Ríkharður Jónsson, figura gigantesca che servì il club da giocatore e da allenatore, diventandone un riferimento identitario.
Ancora oggi, quel legame tra club, città e famiglia resta uno dei tratti distintivi dell’ÍA.
Sigrún Ríkharðsdóttir, figlia di Jónsson, ha seguito la squadra per tutta la vita e rimane una delle sue sostenitrici più appassionate. Suo figlio, Ríkharður Árnason, lavora nell’area media del club. Ad Akranes, la storia del calcio non è chiusa negli archivi. Vive dentro le famiglie.
La retrocessione che ha cambiato tutto
Alla fine degli anni ’80, però, gli standard storici dell’ÍA avevano iniziato a calare. Nonostante titoli di campionato e coppe vinti nel corso del decennio, il club retrocesse dalla massima serie nel 1990 per appena la seconda volta nella sua storia.
Fu un declino doloroso, ma mise anche in luce una squadra in piena transizione. Diversi dei giocatori che allora reggevano l’ÍA erano molto giovani, compresi futuri nomi della nazionale come Haraldur Ingólfsson, Sigursteinn Gíslason e l’attaccante adolescente Arnar Gunnlaugsson.
La retrocessione alimentò una tesi ricorrente nella capitale: che Akranes avesse vissuto troppo a lungo al di sopra delle proprie possibilità e che il tradizionale ordine del calcio islandese la stesse finalmente riportando al suo posto.
Invece, quella caduta segnò l’inizio di una nuova era.
L’ÍA si affidò a uno dei suoi, Guðjón Þórðarson, per guidare la ricostruzione. Grande bandiera del club da giocatore, Þórðarson si era già fatto un nome da allenatore grazie a metodi innovativi basati su condizione atletica, disciplina e organizzazione. La sua reputazione era cresciuta dopo aver portato il KA Akureyri a un titolo storico, e il suo ritorno ad Akranes diede al club esattamente l’autorevolezza e la chiarezza di cui aveva bisogno.
Ereditò un gruppo talentuoso ma ancora grezzo e iniziò rapidamente a trasformarlo in una squadra più dura, più preparata fisicamente e più solida mentalmente.
Le basi della rinascita
La stagione 1991 in seconda divisione non fu un lungo calvario. Fu una dichiarazione d’intenti.
L’ÍA tornò di slancio verso la massima serie, vincendo 14 partite su 18, segnando 55 gol e subendone appena 12. Þórðarson rese la squadra più compatta e aggiunse elementi chiave, tra cui il difensore Ólafur Adolfsson, il centrale jugoslavo Luka Kostić e il giovane portiere Kristján Finnbogason.
Quella spina dorsale diede equilibrio alla squadra. La difesa diventò aggressiva e organizzata. I più giovani acquistarono fiducia. La promozione arrivò subito.
Eppure, fuori da Akranes in pochi immaginavano ciò che sarebbe successo dopo.
I principali club di Reykjavik, soprattutto Fram e Valur, continuavano a essere considerati i favoriti nella corsa al titolo. L’ÍA era appena tornato in massima serie. Sulla carta sembrava troppo inesperto per lottare immediatamente per il campionato.
Ma prima della stagione 1992, il club ricevette un altro impulso decisivo. Sigurður Jónsson, uno dei centrocampisti islandesi più talentuosi, tornò a casa dopo che la sua carriera all’estero era stata interrotta da un infortunio. Pur avendo soltanto 25 anni, portò qualità, calma e autorevolezza a una squadra che stava già crescendo in fiducia.
Il risultato fu immediato e storico. L’ÍA vinse il campionato 1992 al primo anno dopo il ritorno in massima divisione.
Il miracolo dei cinque titoli
Vincere il campionato subito dopo una promozione è raro, ma non senza precedenti. Quello che l’ÍA fece dopo appartiene però a un’altra categoria.
Non si fermò a un titolo. Ne vinse cinque di fila.
Dal 1992 al 1996, l’ÍA Akranes dominò il calcio islandese con una continuità che sembrava quasi impossibile, considerando le dimensioni della città e le risorse a disposizione del club. In un contesto nazionale in cui i club di Reykjavik avevano maggiore richiamo e, in alcuni casi, finanze più solide, l’ÍA trovava sempre il modo di restare davanti a tutti.
Una delle ragioni principali fu la continuità.
L’ossatura della squadra rimase insieme. Molti dei giocatori che erano scesi di categoria e poi risaliti maturarono fianco a fianco invece di disperdersi altrove. Il club mantenne una forte identità collettiva, e quella stabilità diventò un vantaggio competitivo. Sigrún Ríkharðsdóttir ha indicato proprio questo aspetto nel ricordare quel ciclo: gli stessi giocatori rimasero, crebbero e impararono a vincere insieme.
Contava anche lo stile di gioco. Schierato di solito con un 4-4-2, l’ÍA univa forza fisica, disciplina e una corsa incessante. Era una squadra ben preparata, difficile da scardinare e mentalmente resistente. E, cosa altrettanto importante, aveva qualità in attacco.
Nel 1993 fu persino più dominante rispetto alla stagione del titolo conquistato al ritorno in massima serie. Chiuse con nove punti di vantaggio in vetta, travolse spesso gli avversari e subì soltanto 12 gol in tutto il campionato. Þórður Guðjónsson guidò la classifica marcatori, mentre Haraldur Ingólfsson aggiunse ulteriore spinta offensiva.
Anche quando arrivarono scossoni importanti, l’abitudine a vincere non si interruppe.
Þórðarson passò ai rivali del KR prima della stagione 1994, e con lui il KR riportò a casa anche Finnbogason. Sembrava un tentativo di indebolire i campioni e spostare di nuovo gli equilibri verso Reykjavik. Eppure l’ÍA vinse ancora il campionato. Il sistema, la convinzione e la base di giocatori erano abbastanza forti da assorbire cambiamenti pesanti.
Con Logi Ólafsson in panchina nel 1995, arrivò un altro titolo, con Arnar Gunnlaugsson capocannoniere del torneo. Poi ci fu il drammatico epilogo del 1996, quando Þórðarson tornò e guidò l’ÍA al quinto campionato consecutivo.
Quell’ultimo titolo resta uno dei più memorabili. Il KR arrivò all’ultima giornata con la necessità di strappare soltanto un pareggio ad Akranesvöllur per diventare campione. L’ÍA doveva vincere. Rispose battendo i rivali 4-1 e ribaltando la corsa al titolo nell’atto finale della stagione.
Per un club costruito su sangue freddo e spirito collettivo, fu un finale perfetto.
Un club di famiglia nel senso più autentico
Molte squadre amano definirsi club di famiglia. L’ÍA lo era davvero.
Uno dei dettagli più notevoli di quella squadra degli anni ’90 era il livello di interconnessione all’interno della rosa. Figli di ex giocatori, fratelli, cugini, nipoti e perfino un nipote di seconda generazione facevano tutti parte, a vario titolo, della struttura della squadra. In una città come Akranes, i fili del calcio attraversano spesso direttamente gli alberi genealogici.
Questa concentrazione locale di talento diede all’ÍA qualcosa che molti club più grandi faticano a costruire: un’identità profondamente condivisa.
Akranes ha prodotto un numero straordinario di calciatori per un centro così piccolo. Entro il 2021, la città aveva mandato 38 giocatori nel calcio professionistico all’estero, una cifra notevole se rapportata alla popolazione. Tra i nomi più rappresentativi di quella generazione ci furono Arnar Gunnlaugsson, Þórður Guðjónsson e Lárus Orri Sigurðsson, tutti cresciuti in città e poi approdati a campionati più importanti.
Questa filiera contribuì a sostenere il successo dell’ÍA e rafforzò la sensazione che non si trattasse soltanto di una buona squadra. Era una cultura calcistica.
Perché la dinastia si è spenta
Nessun ciclo dura per sempre.
Dopo la doppietta campionato-coppa del 1996, l’ÍA rimase competitivo, chiudendo secondo nel 1997, terzo nel 1998 e vincendo un altro titolo nel 2001. Ma la presa si allentò. Le condizioni che avevano permesso a un club di provincia di imporsi sulla capitale divennero più difficili da conservare.
I giocatori partirono, verso club stranieri oppure verso rivali nazionali meglio finanziati. Le realtà economiche iniziarono a pesare di più. Le competizioni europee, oggi fonte importante di ricavi per i club in tutto il continente, negli anni di picco dell’ÍA non erano affatto altrettanto redditizie. Le partecipazioni ai turni di qualificazione continentali portarono prestigio, ma non il denaro necessario a trasformare in modo permanente la posizione del club.
Con il calcio islandese sempre più connesso a mercati più ampi, quello squilibrio si accentuò. I club di Reykjavik poterono attirare stranieri più forti, mentre Akranes vide sempre più spesso i propri migliori giovani partire prima.
Da allora il club ha comunque vissuto alcuni momenti importanti, tra cui la vittoria della Coppa d’Islanda nel 2003 e il secondo posto nel 2021, ma la lunga attesa per un nuovo titolo di campionato è diventata una frustrazione identitaria per una realtà con una storia così orgogliosa.
Perché l’ÍA conta ancora
La storia dell’ÍA resiste nel tempo perché racchiude qualcosa che il calcio conserva raramente a lungo: l’idea che una piccola città, unita dalla fedeltà e dal talento locale, possa sconvolgere ripetutamente l’ordine naturale delle cose.
Non fu una sorpresa di una sola stagione né una cavalcata fortunata. Fu una dinastia costruita su visione tecnica, continuità familiare, lavoro di sviluppo e un bacino di giocatori che sembrava rigenerarsi nelle stesse strade e negli stessi cognomi.
Il calcio moderno rende molto più difficile replicare un’ascesa così duratura. Il denaro si distribuisce in modo diseguale. I talenti partono prima. I vantaggi competitivi svaniscono più in fretta. Eppure Akranes occupa ancora un posto speciale nel calcio islandese perché, una volta, seppe trasformare questi limiti in punti di forza.
Per questo l’ÍA resta più di un club storico. È il promemoria che la mappa del calcio non appartiene sempre alla città più grande, alla squadra più ricca o all’istituzione più rumorosa.
A volte appartiene a una città di pescatori sulla costa occidentale, dove quasi tutti sembrano essere legati tra loro e dove il passato giallonero sembra ancora abbastanza vicino da poter tornare.