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Il sogno inglese di Fabrice Pancrate al Newcastle finì quasi prima di cominciare

L’ex attaccante del PSG riuscì finalmente a trasferirsi in Inghilterra, lasciò subito il segno al Newcastle e sembrava destinato alla Premier League. Poi quella chiamata non arrivò mai.

Sofia Conti 2 maggio 2026 8 min read
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La carriera di Fabrice Pancrate ha sempre dato l’idea di un giocatore in cerca dei grandi momenti, più che delle strade comode. Per l’attaccante dell’area parigina, un’ambizione si era già realizzata con la firma per il Paris Saint-Germain. La seconda arrivò più tardi, quando riuscì finalmente a trasferirsi in Inghilterra e a vestire la maglia del Newcastle United.

Per un breve periodo, quel capitolo inglese sembrò poter diventare una delle storie più belle della sua carriera. Invece si trasformò in uno dei colpi più duri da assorbire.

Da Villepinte al PSG

Pancrate è nato nella regione parigina ed è cresciuto a Villepinte, nella Seine-Saint-Denis. Dopo essersi formato nel settore di Louhans-Cuiseaux, iniziò ad attirare maggiore attenzione con il Le Mans nella stagione 2003-04.

Non era il classico centravanti d’area in senso stretto. Pancrate offriva potenza, progressione e qualità tecnica sufficienti per ricoprire diversi ruoli offensivi. Proprio questa versatilità convinse Vahid Halilhodzic e il PSG a puntare su di lui per una cifra riportata di circa 3 milioni di euro.

Per Pancrate, arrivare al PSG significava molto più di un semplice trasferimento. Era una questione personale. Rappresentare il club che sognava da bambino voleva dire aver già raggiunto un traguardo che molti giocatori non toccano mai.

La sua esperienza a Parigi, dal 2005 al 2009, non lo trasformò in una stella da copertina, ma gli garantì un ruolo importante nella rosa in un periodo turbolento per il club. Spesso impiegato come opzione offensiva di supporto da allenatori come Guy Lacombe e Paul Le Guen, collezionò 132 presenze e segnò 14 gol.

Uno di quei gol arrivò in Champions League, anche se la serata fu dolorosa per il PSG. Pancrate andò a segno nella sconfitta per 3-1 contro il CSKA Mosca, una partita ricordata soprattutto per la tripletta di Sergey Semak più che per il contributo del francese. Resta però un gol europeo con la maglia del PSG, e non è un dettaglio che molti ex giocatori possano vantare con leggerezza.

Il trasferimento in Inghilterra tanto atteso

Quando il suo contratto a Parigi arrivò al termine, Pancrate aveva in mente un altro obiettivo: il calcio inglese.

Per molti giocatori della sua generazione, l’Inghilterra rappresentava un palcoscenico diverso: più rumoroso, più veloce, più fisico e carico di atmosfera. Pancrate voleva vivere quell’esperienza in prima persona. Secondo quanto riportato, rifiutò il Burnley, che all’epoca militava in Premier League, scegliendo invece il Newcastle United.

Sulla carta poteva sembrare una decisione insolita. Il Newcastle non era allora in massima serie: stava inseguendo la promozione dalla Championship. Ma il peso del club contava. Così come lo stadio, il sostegno dei tifosi e la sensazione che, in caso di promozione, sarebbe entrato a far parte di un’istituzione importante pronta a tornare dove riteneva di appartenere.

Arrivò a novembre, con il Newcastle in testa alla divisione. La rosa aveva qualità e personalità: Kevin Nolan era tra i principali riferimenti offensivi, Andy Carroll stava emergendo, Fabricio Coloccini portava la fascia da capitano e Alan Smith stava cercando di reinventarsi a centrocampo.

Pancrate entrò in quell’ambiente sperando non solo di dare una mano nella corsa finale, ma anche di conquistarsi un futuro in Premier League.

La partenza perfetta a St James’ Park

Non ci mise molto a farsi notare.

Già alla sua seconda presenza con il Newcastle, Pancrate segnò un gol magnifico contro il Watford. Superò due difensori e poi lasciò partire un destro violento dalla sinistra, facendo esplodere St James’ Park. Per un nuovo acquisto in cerca di spazio, fu praticamente il modo perfetto per presentarsi.

In quel momento tutto sembrava aprire alla possibilità. Un grande club, uno stadio elettrico, un gol memorabile e un giocatore che dava l’impressione di aver trovato l’ambiente giusto.

Anche in una squadra caricata da enormi aspettative di promozione, Pancrate sembrava in grado di ritagliarsi uno spazio vero. Portava atletismo e duttilità, qualità che in una Championship lunga e logorante spesso contano quanto il talento puro.

Nel corso della stagione partì titolare otto volte, aggiungendo altre 11 presenze da subentrato. Fu coinvolto, utile e parte di una squadra che alla fine raggiunse l’obiettivo.

Dal punto di vista di Pancrate, il passo successivo sembrava evidente. Il Newcastle stava per salire. Lui aveva dato il suo contributo. Aveva mostrato sprazzi di qualità. L’aspettativa era che il club lo confermasse e gli desse la possibilità di vivere la Premier League in bianconero.

Promozione per il Newcastle, amarezza per Pancrate

Non andò così.

Quando la stagione entrò nella sua fase decisiva, l’allenatore Chris Hughton utilizzò Pancrate sempre meno. Il Newcastle continuò comunque la sua corsa verso la promozione, trascinato anche dai gol di Nolan e Carroll, entrambi chiusi a quota 17. Ma il momento di Pancrate si spense proprio nel momento peggiore.

Poi arrivò il colpo più duro: il Newcastle decise di non esercitare l’opzione per prolungare la sua permanenza.

Per il giocatore fu un esito devastante. Il trasferimento dei sogni in Inghilterra si era concretizzato. Il club aveva ottenuto la promozione. La Premier League era a un passo. Eppure, proprio quando la porta sembrava pronta ad aprirsi, si chiuse.

Pancrate non nascose la sua delusione. Parlò apertamente di quanto fosse difficile accettare l’addio a un club al quale si era legato in così poco tempo. Definì il Newcastle il miglior club della sua carriera e spese parole entusiastiche per i tifosi, facendo capire chiaramente quanto quel legame emotivo fosse diventato reale.

È questo che rese il finale ancora più amaro. Non viveva quel prestito o quel breve contratto con distacco. Lui voleva restare.

Il Newcastle voltò pagina in fretta

Il calcio raramente si ferma per i sentimenti, e il Newcastle guardava già avanti.

Poco dopo l’uscita di Pancrate, il club tornò sul mercato francese e prese in prestito Hatem Ben Arfa dal Marsiglia. Il simbolismo era evidente. Un attaccante francese se ne andava deluso; un altro arrivava portando con sé l’entusiasmo di un nuovo progetto.

Per Pancrate, quella tempistica accentuò la sensazione che la sua occasione in Inghilterra gli fosse sfuggita prima ancora di poterla afferrare davvero.

La mossa rifletteva anche una verità tipica dei club che risalgono dalla Championship. La promozione cambia subito la prospettiva. I giocatori utili in seconda serie non sempre vengono considerati parte del piano per la Premier League. Il mercato diventa più ambizioso e le decisioni possono essere spietate.

Pancrate si ritrovò dalla parte sbagliata di quella transizione.

Un dopo complicato, poi una ripartenza costante

All’impatto emotivo della delusione di Newcastle seguì anche uno pratico. Dopo aver lasciato l’Inghilterra, Pancrate rimase senza squadra per sette mesi, un periodo insolitamente lungo e incerto per un giocatore che cercava ancora di restare competitivo.

Alla fine firmò con l’AEL Larissa in Grecia, seguendo il percorso che molti professionisti scelgono dopo un’uscita deludente da un campionato importante: ripartire, ricostruire e andare avanti.

Fu esattamente ciò che fece.

Più avanti nella sua carriera, Pancrate tornò in Francia e firmò con il Nantes, dove giocò dal 2011 al 2014. Quel periodo gli permise di ritrovare continuità e di chiudere su basi più solide. Fu particolarmente efficace in Ligue 2 e segnò 10 gol in 68 presenze con il club.

Forse non fu il finale affascinante immaginato negli anni del PSG o durante quell’inizio esaltante al Newcastle, ma fu un epilogo dignitoso. E soprattutto, dimostrò resilienza.

Perché la parentesi di Pancrate al Newcastle è ancora ricordata

L’esperienza di Pancrate al Newcastle fu breve e, in termini puramente numerici, non enorme. Eppure resta un episodio memorabile per la rapidità con cui salì e poi crollò.

C’era il fascino del club, una delle istituzioni calcistiche più emotive d’Inghilterra. C’era quello splendido gol iniziale che fece drizzare le antenne ai tifosi. C’era la sensazione condivisa che un giocatore cresciuto alle porte di Parigi fosse finalmente arrivato all’avventura inglese che aveva sempre voluto.

E poi ci fu la fine improvvisa, con la promozione conquistata ma senza un posto per lui in massima serie.

Per alcuni giocatori, la delusione arriva per via dei fallimenti in campo. Quella di Pancrate fu diversa. Ebbe la sensazione di essere abbastanza vicino da toccare il livello successivo, solo per vederlo allontanarsi perché i piani del club erano cambiati.

Spesso è questa la versione più crudele del calcio: non quando il sogno è impossibile, ma quando sembra stia per realizzarsi e invece svanisce lo stesso.

Una carriera di ambizioni realizzate — e di un’occasione sfumata

Guardandosi indietro, Pancrate ha comunque raggiunto molto. Ha giocato nel PSG, il club che sognava da ragazzo. Ha vissuto il calcio inglese in uno stadio iconico e davanti a una delle tifoserie più calde del Paese. Ha segnato gol memorabili e costruito una carriera professionistica rispettabile tra Francia, Inghilterra e Grecia.

Ma la sua parentesi al Newcastle resta il capitolo più segnato da ciò che avrebbe potuto essere.

Per un momento, tutto sembrava allineato: un grande club, una corsa promozione, il legame con i tifosi e la possibilità di arrivare in Premier League. Invece di diventare l’inizio di una nuova fase, si trasformò in una delle lezioni più dure e familiari del calcio.

Pancrate ottenne il trasferimento che sognava. Semplicemente, non ebbe il finale che voleva.